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La
Rottura amorosa da Nicola Rossello
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Ponette
di Jacques Doillon, La Stanza del figlio
di Nani Moretti, The Sweet hereafter di Atm
Egoyan, Sous le sable di François
Ozon, In the bedroom di Todd Field e, in
tempi meno recenti, La Chabre verte di François
Truffaut : sono solo alcuni esempi significativi di
pellicole che, sia pure in modi tra loro assai differenti,
si confrontano con i medesimi motivi tematici : la
devastazione morale prodotta da una tragedia familiare,
la difficile convivenza con il dolore, l’incapacità
di elaborare il lutto. Motivi tematici che sembrano
assumere un carattere viepiù ricorrente e ossessivo
nel cinema contemporaneo, e che, a parer nostro, presentano
elementi di contiguità con il nucleo ispiratore
di altre pellicole che, conferendo una forma narrativa
al sentimento del dolore, illustrano un evento diversamente
lacerante e “luttuoso” :
il trauma originato dalla rottura amorosa.
Viene
subito da pensare a Nous ne vieillirons pas ensemble
di Maurice Pialat, un film che esplora la lacerazione
del distacco ricorrendo a modalità espressive
rigorosamente analitiche, tali da eludere le soluzioni
accomodanti della retorica dei sentimenti (si pensi
alla dissennata aggressività maschilistica
con cui Jean vive sin da subito, prima ancora che
la rottura sia compiuta e irrimediabile, il suo rapporto
con la donna amata come se egli fosse attanagliato
dall’angoscia di un abbandono presagito, temuto).
Ma si consideri come un po’ tutta l’opera
del regista alverniate, una sorta di sofferta ricognizione
della fenomenologia del dolore, sia popolata da anime
ferite, incapaci di accettare di essere state respinte
o lasciate, anime che inseguono con ostinazione il
segno di persone scomparse, siano esse madri degeneri
(L’Enfance nue, La Maison des bois),
padri tormentati (A nos amours, dove pure
si insinua lo scandalo dell’incesto), amanti
e consorti fedifraghi (Loulou, Police),
lo stesso Dio, chiuso nel suo silenzio (Sous le
soleil de Satan) : fantasmi tutti di un universo
lacerato, attraversato dal conflitto spasmodico tra
l’individuo e una realtà opaca e ostile
che d’improvviso si erge a negare lo slancio
dei desideri, gettando l’eroe in una solitudine
indicibile, spesso percorsa da angosciosi sensi di
colpa.
Nell’opera
di Maurice Pialat (ma la stessa cosa avviene nelle
pellicole citate più sopra) la narrazione si
costruisce intorno a un’improvvisa mancanza,
a un’esclusione. Essa si fonda sul trauma di
una privazione e sul conseguente rifiuto di accettare
l’oblio: sull’impossibilità di
attuare il normale lavoro del lutto e sull’ossessione
patologica che ci lega al ricordo dell’oggetto
perduto. Vi si inscena lo smarrimento dell’uomo
del nostro tempo, incapace di fronteggiare l’angoscia
che nasce dall’esperienza del vuoto, incapace
di misurarsi con una perdita (la morte della persona
cara, ovvero il venir meno dell’attesa dell’amore)
che è percepita in qualche modo come una ferita
narcisistica: una perdita di sé, di quella
sicurezza affettiva, di quel bisogno di riconoscimento
di cui egli sente di non poter fare a meno.
Nei
personaggi di Maurice Pialat il rifiuto del distacco
prosegue oltre ogni ragionevole speranza di ricomposizione
del conflitto. E da questa incapacità di acquietare
l’urgenza della passione nasce il ripiegamento
in se stessi, nello spazio desolato di un fallimento
affettivo entro cui l’eroe si preclude qualsiasi
apertura sul mondo. Si intuiscono allora, nell’eroe,
tormenti inconfessati, verità indicibili, spesso
oscure al protagonista medesimo : tumori dell’anima
che l’obiettivo dell’autore, affondando
con precisione chirurgica il bisturi nella carne viva,
taglia, incide, scava, riporta oscenamente allo scoperto.
Lo sguardo di Pialat si addentra così nelle
viscere di un percorso emotivo dove, soprattutto nei
personaggi maschili, la necessità del riconoscimento
dell’altro sembra rimandare a profonde inquietudini,
a conflitti radicati fra un "sé"
incerto e vacillante e qualcosa di straniero, di impenetrabile,
di ostile : assai spesso, il fantasma del femminile.
«
L’amore - scriveva Jean Giraudoux, è
desiderio di essere amati. » E Martin,
in J’entends plus la guitare di Philippe
Garrel (un film che, peraltro, è un commosso
omaggio alla memoria di Nico, la donna amata dal regista,
da poco scomparsa) : « L’amore non
è forse più di questo : la paura di
non essere più amati. » Un dubbio
che non sembra sfiorare affatto i personaggi di Pialat,
chiusi come essi sono in un’ossessione che ha
qualcosa di malato, di morboso, di infantile, dove
l’egocentrismo più sconsiderato si coniuga
alla sofferenza più devastante. Posti di fronte
alla refrattarietà del reale (alla perdita
irreparabile dell’oggetto d’amore), gli
eroi di Maurice Pialat oppongono a tutto questo una
sorda resistenza : da un lato, alimentano la nostalgia
di un sistema cosmogonico indifferenziato e totalizzante,
arcaico, in cui l’individuo non appare più
in grado di distinguere tra se stesso e l’oggetto
dei suoi desideri; dall’altro, tentano di annullare
ogni cesura temporale fissandosi nel tempo sospeso
e immobile del ricordo, rifiutando di accettare il
presente in nome della memoria del passato –
un passato spesso falsato dalla memoria e a cui, in
ogni caso, non è dato rivivere. Il loro comportamento
rivela un fondo di rigidità : la volontà
caparbia di non soccombere alle smentite dell’esperienza,
il proposito di restare fedeli a un progetto di rapporto
affettivo che ancora intende pascersi di certezze
e di sicurezze, che aspira tuttavia al definitivo,
proprio allorquando scopre la legge del provvisorio
e dell’incerto. Un atteggiamento regressivo
che si presenta come una sfida disperata, lanciata
contro il trascorrere del tempo e la caducità
delle cose, contro le sconfessioni dei fatti e della
vita. Una tensione destinata, fatalmente, a conoscere
la caduta, dove l’interruzione dolorosa del
desiderio, il negarsi della persona amata all’amore
che le offriamo e che le chiediamo, comporterà
lo sconvolgimento di ogni equilibrio. Ecco allora
che la richiesta affettiva, verificando l’impossibilità
di ricostituire l’unità perduta, si volge
in furore cieco e distruttivo (Nous ne vieillirons
pas ensemble), ovvero dà sfogo a un’oscura
tensione autopunitiva (A nos amours) : eccessi
di violenza verbale e fisica che a loro volta accresceranno
la sofferenza e la solitudine.
La donna
contaminata
« Nelle donne, avverte Camille Paglia,
la promiscuità è malattia, è
perdita di identità. La donna che pratica il
sesso promiscuo è intimamente contaminata e
incapace di chiara ideazione. » E’
quanto avviene a Suzanne, l’eroina di A
nos amours, l’unico film di Maurice Pialat
fondato sulla centralità della figura femminile.
Siamo assai lontani, qui, da certe stucchevoli mitologie
femministe a cui ci ha abituati, negli anni della
rivoluzione sessuale, il cinema hollywoodiano.
Si pensi a un film come Looking for M. Goodbar
di Richard Brooks : una pellicola per molti aspetti
non disprezzabile, ma che ci propina il ritratto di
una ninfomane sin troppo accomodante ed edulcorato,
poco attendibile, poco “vero”.
Per contro, Maurice Pialat viene a descrivere una
giovane donna ferita, ricorrendo a una scrittura aspra,
dolorosa, non riconciliata. Come avviene con certi
personaggi femminili di Simenon, la promiscuità
sessuale si presenta anche qui come una pulsione inarrestabile,
una cupa e tormentosa ossessione dietro cui si indovina
un Edipo fortemente irrisolto : il desiderio, per
Suzanne, di riconoscere nella folla confusa e indifferenziata
dei suoi occasionali amanti la figura assente e inaccessibile
del padre, da lei divinizzato. La frenesia amorosa
della ragazza copre un’insoddisfazione profonda,
originata dal mancato raggiungimento dell’oggetto
desiderato. La tendenza alla sostituzione, la coazione
a ripetere mascherano un vuoto, un’assenza,
un bisogno negato : una lacerazione irreparabile che
l’estenuante ricerca del bene perduto e continuamente
sfuggente cerca invano di sanare. Non che il piacere
della carne sia vissuto masochisticamente come colpa,
peccato, caduta vergognosa : chiusa nella sua sofferenza,
Suzanne è ignara di remore moralistiche. Esso
si rivela piuttosto come un obiettivo inappagante,
inseguito sfilando da un uomo a un altro, in un intrico
di rapporti anonimi, privi di storia, dove non contano
i volti, le individualità, ma l’esigenza
primaria : la ricerca – inevitabilmente frustrata
– dell’immagine paterna e virile. Allo
stesso modo, l’oblio momentaneo, l’annullamento
di sé che l’eroina insegue nel piacere
erotico, lungi dal garantirle un appagamento delle
normali pulsioni vitali, non le consentirà
di far tacere il tormento che la corrode. «
E’ il solo istante in cui mi dimentico »,
confessa Suzanne a un’amica, « in
cui dimentico ogni cosa… E’ per questo
che mi piace… Ma poi tutto si rimette in moto.
» La sua inquietudine sessuale non approda
a una sensualità liberatoria e gioiosa –
la stessa che Suzanne riconosce e ammira nella pittura
di Bonnard -, ma genera sempre nuove immagini di angoscia
e di frustrazione. Incapace di liberarsi dello spettro
del padre, perennemente incombente su di lei a impedirle
un naturale sviluppo di relazioni umane, Suzanne non
riuscirà a costituirsi in soggetto indipendente
e maturo, in grado di consolidare un’identità
propria e dunque di stabilire con l’altro sesso
un rapporto affettivo autentico, e di accedere all’amore
vero.
L’intellettuale
saccente
La
denuncia del falso, "dell’artificio",
in Maurice Pialat, passa anche attraverso la denuncia
dell’intellettuale pretenzioso e supponente.
Una figura, quest’ultima, che ricorre con insistenza
nel cinema e nella letteratura francesi, dove viene
a rappresentare il narcisismo degenere del letterato
da salotto, squisito giocoliere della parola, che
non sente l’insufficienza e la ridicola vanità
di quello che dice, incapace com’è, nell’esibizione
della sua cultura inerte, di chinarsi sulla vita,
di fare i conti con la natura.
Si pensi al tronfio intellettuale che Alain
Leroy, l’eroe di Le Feu follet di Louis
Malle, incrocia lungo il suo calvario: un individuo
dai modi sprezzanti e altezzosi, che avrà solo
parole di dileggio per il dramma del protagonista,
manifestando in tal modo una povertà interiore,
un difetto di umanità e di sentimenti, che
ne fanno una figura detestabile e meschina. O si pensi,
ancora, al vacuo personaggio salottiero – altra
figura chiusa nel suo imborghesimento beota –
che Philippe, il protagonista di Une Partie de
plaisir di Claude Chabrol, elegge a bersaglio
privilegiato della sua sferzante irrisione in una
scena madre memore, per certi aspetti, della grande
scena di famiglia di A nos amours.
E’ soprattutto in quest’ultimo
film che Maurice Pialat, che con certi presuntuosi
portavoce dell’"intellighenzia ufficiale"
sembra aver avuto da sempre un conto in sospeso, dà
sfogo alla sua acrimonia feroce, riversando sul personaggio
di Jacques, il pubblicista interpretato da Jacques
Fieschi, un torrente di parole di rabbia e di disprezzo.
Gli è che con la sua verbosità fatua
e invadente, disinvoltamente compiaciuta di sé,
che gli consente di presiedere al rituale ozioso della
chiacchiera salottiera, l’intellettuale saccente
è per Pialat il tipico rappresentante di un
mondo che egli aborre con tutte le sue forze : quello
della "Parigi à la page", che si
pasce del chiasso delle sue “brillanti”
conversazioni mondane, sorda e indifferente alla realtà
vera della vita. Jacques assume così, in A
nos amours, le vesti del mandarino dell’ideologia
dominante, l’emblema del diffuso conformismo
culturale, capace di soffocare sul nascere ogni autentico
talento artistico, così come ogni voce di dissenso,
e di disquisire con tono di snobistica sufficienza
intorno a Picasso e Rousseau (il Doganiere), prendendo
inopinatamente le parti di quest’ultimo (ma,
si sa : anche le verità più sacrosante
finiscono per assumere, sulla bocca del fariseo, il
carattere della bestemmia).

All’insopportabile
sicumera del custode di una cultura inerte, alle sue
parole fastidiose e vane, Maurice Pialat opporrà
le parole dure, brutali, dolorose, pronunciate dal
personaggio del padre (interpretato dallo stesso cineasta),
ovvero la laconicità risentita con cui Vincent
Van Gogh, nel film eponimo, darà voce alla
sua silenziosa disperazione.
Cliquez ici pour la traduction
française...
Nicola Rossello per www.maurice-pialat.net
- aprile 2004 -
Insegnante
di letteratura italiana e studioso di storia del cinema
(all'istituto universitario di Vittuone in Italia
nei pressi di Milano), collabora con varie riviste,
tra cui Filmcritica,
Letture o Cineforum.
Autore del libro Maurice
Pialat, Edizioni Le Mani, Genova, Italia, 1998.
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